Villa Torri Hospital

Anca: ora la protesi s’innesta con la chirurgia mininvasiva

05 febbraio 2019
Quella dell'anca è l'articolazione di maggiori dimensioni dell'organismo e occupa una posizione centrale nell'apparato muscolo-scheletrico. Molte persone, soprattutto con l’avanzare dell’età, avvertono dolore a questa articolazione, una problematica che può rendere difficili anche semplici attività quotidiane, e che spesso è correlata all’artrosi, una delle patologie reumatiche più diffuse al mondo.

L’artrosi dell’anca, o coxartrosi, è una patologia degenerativa della superficie articolare tra la testa del femore e l’acetabolo, ovvero la cavità dell’osso iliaco, il bacino, in cui si inserisce l’estremità del femore. La coxartrosi esordisce con modesto dolore a livello inguinale, talora irradiato alla coscia durante la deambulazione. Con il progredire della malattia si assiste ad un peggioramento del dolore e a una sempre più marcata limitazione funzionale.

L’unica soluzione in caso di coxartrosi grave è l’impianto di una protesi, in grado di eliminare la sintomatologia dolorosa, migliorare la funzionalità dell’articolazione e quindi restituire al paziente una buona qualità di vita. Ne abbiamo parlato con il dott. Francesco Barcaro e il dott. Carlo Castaman, specialisti in Ortopedia e Traumatologia a Villa Torri Hospital di Bologna.

“Quando dobbiamo operare sull’anca per l’innesto di una protesi artificiale, la chirurgia ortopedica oggi offre un approccio mininvasivo per via anteriore. Nelle protesi d’anca in genere si predilige approcciare il paziente attraverso un’incisione postero-laterale, cioè con il paziente posizionato sul fianco e il taglio chirurgico praticato nella parte superiore della coscia.

A Villa Torri Hospital - spiegano il dott. Castaman e il dott. Barcaro - già da alcuni anni siamo in grado d’intervenire per via anteriore mininvasiva, mediante incisioni più piccole da 5/7 centimetri appena la di sotto dell’inguine, senza intaccare la muscolatura che viene invece divaricata, così da poter inserire protesi di minori dimensioni. Nella risoluzione delle problematiche d’anca utilizziamo protesi in prevalenza di titanio e composte da 4 elementi distinguibili tra loro: 2 fissi, impiantati a contatto con l’osso del bacino e del femore, e 2 variabili, che possono essere in materiale ceramico oppure in polietilene arricchito da vitamina E, a seconda delle necessità. Le parti a contatto con l’osso, in particolare quelle più lunghe inserite nel collo del femore, sono rivestite da idrossiapatite in modo da favorire l’osteointegrazione, ovvero l’attecchimento protesico all’osso.

Le protesi vengono tutte adattate al paziente: un vero e proprio impianto su misura la cui taglia si calcola prima dell’intervento in base all’esigenza. Alla base di questo lavoro sartoriale vi sono precise valutazioni cliniche in rapporto all’età biologica del malato e all’anatomia del suo femore.

La protesi d’anca non va incontro a rigetto, come può accadere nel trapianto d’organo. Esiste, di contro, qualche possibilità di non integrazione: l’osso può non riuscire ad inglobarla ed occorre intervenire nuovamente. Prima della sala operatoria facciamo sempre un’indagine conoscitiva tesa ad evidenziare eventuali allergie ai metalli, in particolare al nichel, quale discriminante importante da considerare.
Fatta eccezione per queste situazioni, la non integrazione protesica è piuttosto rara.

L’intervento chirurgico prevede sempre una profilassi antibiotica nel momento in cui il paziente entra in sala operatoria, terapia prolungata anche successivamente. In più, noi indossiamo speciali caschi, onde evitare ogni minuscola contaminazione del campo chirurgico. In Emilia Romagna, altro aspetto da sottolineare, esiste un registro ad hoc in cui ogni sessione di chirurgia protesica viene annotata minuziosamente a ulteriore garanzia e controllo dell’operato degli specialisti.

L’intervento dura dai 40 ai 60 minuti circa. L’anestesia, fatto salvo casi particolari di pazienti complessi con altre patologie cardio-respiratorie, è spinale. Durante la procedura, si sottopone il paziente all’infusione di farmaci che controllano il sanguinamento dei tessuti e vengono utilizzate tecnologie per la raccolta e il filtraggio del sangue operatorio, affinché si mantenga un reale risparmio della risorsa ematica. Al ritorno dalla sala operatoria al paziente verranno applicate delle calze antitrombo e posizionato un cuscino divaricatore fra le gambe.

Dopo l’intervento si ha il carico immediato e totale sull’arto operato dallo stesso giorno, mentre la rimozione dei punti di sutura è a 2 settimane. La degenza varia dai 3 ai 15 giorni, a seconda dell’età e delle condizioni generali del soggetto nonché dipendente dalla sedute di riabilitazione fisioterapica. Infine, l’abbandono del supporto, tipo stampella, è a massimo un mese, con il pieno recupero stimato a 2-3 mesi.
È importante, in ogni caso, avere presente che la nuova articolazione non è protetta fino a quando la muscolatura dell’arto inferiore non avrà riacquisito un adeguato trofismo muscolare. Per questo, la riabilitazione fisioterapica è indispensabile per facilitare una piena guarigione, rinforzare la muscolatura e i tessuti di supporto e recuperare una corretta mobilità.

 
Per maggiori informazioni consulta la brochure dedicata, oppure contattaci allo 051.9950311 o via mail.

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