G.B. Mangioni Hospital

Malformazioni, fratture e allungamento degli arti: la tecnica llizarov rivoluziona la chirurgia ortopedica

28 agosto 2015
G.B. Mangioni Hospital è centro di riferimento della metodica che consente di sfruttare la naturale rigenerazione del tessuto osseo

Nel 1979 il chirurgo ortopedico russo Gavril Abramovich IIizarov sperimentò, per la prima volta e con successo, un metodo di rigenerazione ossea destinato a rivoluzionare le tecniche fino ad allora conosciute. La metodica venne impiegata per ricomporre la frattura alla tibia dell’alpinista italiano Carlo Mauri, vittima di un brutto incidente durante un’ascesa in montagna. Mauri, ancora sofferente, incontrò llizarov durante la sua spedizione in Siberia; quell’opportunità mutò radicalmente l’esito della storia. Uscito dall’ospedale di Kurgan sei mesi più tardi poté tornare in Italia in perfetta salute: l’arto aveva riacquistato i 4 centimetri mancanti ed i segni della pseudoartrosi infetta scomparsi del tutto.

Il nome di Mauri è legato alla città di Lecco ed è proprio a G.B. Mangioni Hospital, centro di riferimento GVM Care & Research con quasi 15mila procedure all’attivo, che il prof. Maurizio Catagni, chirurgo ortopedico, opera da molti anni con la tecnica Ilizarov per trattare deformità ed esiti da traumi.

“Come tutti gli altri tessuti del nostro organismo – spiega il prof. Catagni – anche l’osso è vivo e, se interrotto, è capace di produrre una rigenerazione progressiva. Un fenomeno naturale che è possibile sfruttare in patologie quali l’acondroplasia (nanismo), in situazioni di deformità d’origine congenita o acquisita, per affrontare infezioni e fratture altrimenti non trattabili e, ancora, per ricostruire segmenti ossei colpiti da tumore. Il metodo llizarov prevede l’interruzione del segmento osseo, ovvero una frattura procurata, ed il successivo distanziamento delle due parti. Il nostro organismo reagisce a questo evento con l’istogenesi, ovvero il processo rigenerativo del tessuto attraverso la nascita di nuove cellule. Più si allontanano i segmenti ossei, più il nostro corpo aggiunge nuove cellule: da qui l’allungamento dell’arto. Il risultato si ottiene applicando una gabbia cilindrica attorno all’arto, una struttura realizzata con più cerchi tenuti in posizione da piccole aste alle quali sono collegati fili e viti impiantate durante l’intervento chirurgico”.

Muscoli, tendini, nervi e vasi sanguigni riescono ad adattarsi alla nuova condizione, reagendo all’allungamento in proporzione e sulla base di obiettivi realistici. “Parliamo infatti di allungamenti nell’ordine di millimetri – continua lo specialista – : circa 0,25, in 3 sedute nell’arco delle 24 ore. Molto dipende dalle condizioni generali del paziente. Nelle persone affette da acondroplasia, il femore può essere allungato fino a 10-12 centimetri così come l’omero. Occorre una valutazione clinica attenta: il rischio è quello d’indurre una disarmonia compromettendo la funzionalità di ginocchia e caviglie. Oggi disponiamo di fissatori circolari in grado di seguire l’osso nel suo processo rigenerativo: in buona sostanza questi elementi intervengono nelle correzioni di asse e rotazione scongiurando problemi di crescita errata. Alcune modifiche alla gabbia sono state realizzate qui a Lecco e poi adottate in tutto il mondo. Nei casi di acondroplasia, è possibile incorrere in alcune complicanze che nella maggior parte dei casi si risolvono con la manipolazione del fissatore, molto raramente richiedono un intervento chirurgico aggiuntivo”.

Il metodo Ilizarov rappresenta quindi un percorso di una certa complessità che richiede pazienza e tempi di attesa lunghi e basato da step predefiniti. “Il primo trattamento alle gambe è possibile eseguirlo intorno ai 10-11 anni. Poi segue l’allungamento degli omeri (braccia) e, infine, i femori. Nei soggetti acondroplasici s’interviene in età adolescenziale, dunque in un periodo della crescita piuttosto delicato. Il rapporto tra medico e paziente risulta fondamentale poiché sono necessari molti mesi di cure e il soggetto sottoposto al metodo Ilizarov ha l’esigenza di un confronto costante con lo specialista che, all’occorrenza, può chiedere il supporto anche di uno psicologo. Di grande importanza – conclude il prof. Catagni – è la presenza e la vicinanza della famiglia nel percorso di cura affrontato dal paziente”. 
 
 
>> Leggi anche l'intervista al prof. Catagni su OK Salute
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