ICC - Istituto Clinico Casalpalocco

Fibroma uterino: con l’embolizzazione si può evitare l’isterectomia

14 novembre 2019
Tra le patologie ginecologiche più diffuse troviamo quelle relative al fibroma uterino. Secondo recenti stime statistiche ne soffrirebbe il 25% delle donne caucasiche in età fertile sopra i 30 anni di età.
Quali sono però i sintomi di questa patologia, come si presenta e soprattutto, come si può trattare? Ci aiuta a capire meglio il Dr. Tommaso Lupattelli, medico chirurgo, specialista in Radiologia all'ICC - Istituto Clinico Casalpalocco di Roma. Da tempo si occupa di studiare e trattare il fibroma uterino, nello specifico attraverso la tecnica non invasiva dell'embolizzazione, metodo che in prima persona contribuisce a far conoscere. 

Cosa indica una diagnosi di fibroma uterino
Il fibroma uterino (o leiomioma) si presenta come un tumore benigno dell'utero, in qualità di formazione solida sulla muscolatura della parete uterina. Quando i fibromi sono numerosi e crescono fino ad interessare l'area addominale, si parla invece di fibromatosi. “I fibromi – spiega il dr. Lupattelli – sono dipendenti dalla carica ormonale estrogena, visto che risultano strettamente legati alla secrezione ormonale delle ovaie. Questo spiega anche il perché dopo la menopausa, quando la produzione degli estrogeni diminuisce progressivamente, i fibromi tendono a diminuire le loro dimensioni e con essi i sintomi associati”. 

Sintomatologia
La particolarità del fibroma uterino è che spesso non presenta sintomi nella paziente. Fibromi di dimensioni ridotte non causano disturbi. Nel momento in cui invece questi crescono in quantità o dimensione possono provocare dolore pelvico e compressione su altri organi, come vescica e intestino. Di conseguenza la donna avvertirà senso di pesantezza al ventre, mal di schiena, stitichezza, crampi alle ovaie e frequente stimolo ad urinare, in particolare di notte”.

Le terapie attualmente disponibili
Nel caso in cui i fibromi crescano in maniera rapida sia per dimensioni che di numero,  diventa necessario intervenire con terapie mirate e specifiche. Attualmente sono tre le possibili strade da intraprendere, dal punto di vista terapeutico, secondo il caso della singola paziente. Ci si può affidare alla:
  • terapia medica
  • l'intervento chirurgico (Isterectomia, Miomectomia)
  • all'intervento ad ultrasuoni ed embolizzazione

1.La terapia medica 
Per quanto riguarda il trattamento medico/farmacologico il Dr. Lupattelli è molto chiaro: “Mediante terapia medica, che si basa su un trattamento farmacologico, è possibile alleviare i sintomi correlati al fibroma uterino. Tuttavia antinfiammatori e/o antiemorragici utilizzati in questa circostanza non sono in grado di guarire la patologia. Stesso discorso per la terapia ormonale, in grado di rallentare solo temporaneamente il decorso patologico”.

2. L'intervento chirurgico
Quando la terapia medica non è sufficiente occorre affidarsi alla chirurgia. E qui si deve distinguere tra l'intervento di miomectomia e quello di isterectomia. La miomectomia si esegue per asportare il fibroma ma conservando l'utero, e quindi la possibilità di avere figli. Il dr. Lupattelli specifica però che “In una percentuale dal 20 al 45% delle pazienti si mostra la necessità di un ulteriore intervento chirurgico dopo qualche anno, dal momento che la patologia presenta frequenti recidive. In alternativa il chirurgo ginecologo può ricorrere all’isterectomia che invece consiste nella totale asportazione dell’utero, con la conseguente perdita della funzione riproduttiva. Benché possa ritenersi risolutiva è una procedura chirurgica demolitiva e stressante per la paziente, da effettuarsi in anestesia generale con tempi di degenza e recupero simili in comune con la miomectomia”.

3. Intervento ad ultrasuoni ed embolizzazione
Anche in questo caso, per capire in cosa consiste questa tecnica, ci viene in aiuto il dr. Lupattelli: “L'embolizzazione non è altro che una tecnica mininvasiva – dice – che si basa sull'introduzione di particelle sferiche atte alla chiusura dell'arteria uterina di destra e sinistra. Tali particelle sferiche provocano l'ischemia del tessuto fibromatoso, impedendo così la crescita e la vascolarizzazione del fibroma. In pratica il fibroma non riceve più sangue e non può continuare ad alimentarsi e crescere. Tende così a diminuire progressivamente e poi a scomparire”. 


La tecnica dell'embolizzazione sui fibromi uterini viene molto apprezzata dalle pazienti (soprattutto negli Stati Uniti) perché, anche in presenza di fibromatosi o adenomiosi, può scongiurare l'isterectomia per ben il 98% dei casi, con la possibilità per la donna di portare avanti eventuali gravidanze.Il fatto che sia una tecnica mininvasiva – continua lo specialista – non richiede bisturi, e consente la possibilità di essere eseguita da un radiologo interventista”. Lupattelli sottolinea l'importanza dell'esperienza: “Occorre essere medici qualificati ed esperti per eseguire un'embolizzazione: un medico inesperto, infatti, potrebbe vanificare l'intervento. L'abilità sta nell'incannulare l'arteria uterina attraverso un piccolo catetere di 2,5 mm di diametro inserito all’inguine nell’arteria femorale. Una volta al suo interno vanno iniettate le particelle embolizzanti nel fibroma”. 

La chirurgia tradizionale per i fibromi uterini (miomectomia, isterectomia) ricorre spesso all'anestesia generale, lunghi tempi di degenza (cinque giorni in media), un mese circa per recuperare totalmente la condizione pre-operatoria, senza sottovalutare il rischio di trasfusioni per eventuali emorragie. La ricostruzione della breccia uterina prevede inoltre una cicatrice sulla parete muscolare e che non esclude, in termini assoluti, il rischio della rottura dell’utero in un'eventuale gravidanza futura o durante il travaglio. Diverso è invece il discorso sull'embolizzazione. 
La fase post-operatoria risulta, ad esempio, molto meno stressante per la paziente, rispetto ad un intervento chirurgico di miomectomia. Generalmente il ricovero dura fino a due giorni, per consentire anche un controllo del dolore post-intervento tramite farmaci mirati. “Nei giorni successivi – conclude il dott. Lupattelli – si potranno avvertire  senso di affaticamento e un leggero aumento della temperatura corporea. In alcuni casi possono verificarsi piccole perdite che progressivamente tendono a scomparire. I casi di recidiva sono molto bassi, inferiori al 5% a dieci anni”.


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