San Pier Damiano Hospital / 24 maggio 2022

Protesi dell’anca: recuperi più rapidi con le tecniche mininvasive

Protesi dell’anca: recuperi più rapidi con le tecniche mininvasive
L’artrosi dell’anca è una condizione causata dalla progressiva degenerazione della cartilagine, che con il tempo può causare dolori intensi e limitare molto il movimento dell’articolazione. In questi casi, il trattamento più indicato è l’intervento di artroprotesi dell’anca, che consiste nell’impianto di una protesi artificiale per sostituire l’articolazione danneggiata.
 
Il reparto di Ortopedia e Traumatologia di San Pier Damiano Hospital di Faenza (RA) è specializzato negli interventi di chirurgia protesica, in particolare quelli di artroprotesi dell’anca con tecnica mininvasiva.

Il Dott. Maurizio Bergami è stato tra i fondatori di questo reparto più di vent’anni fa e ne è oggi il responsabile; insieme alla sua équipe, di cui fanno parte il Dott. Maurizio Bellettato e il Dott. Giannicola Lucidi, il Dott. Bergami esegue ogni anno oltre 250 interventi mininvasivi di artroprotesi dell’anca. In questa intervista ci spiega quali vantaggi offre la tecnica mininvasiva e le caratteristiche delle protesi oggi in uso.
 

In che cosa consiste la chirurgia protesica mininvasiva?

La principale differenza tra gli interventi di artroprotesi tradizionali e quelli con tecnica mininvasiva riguarda la dimensione dell’incisione che viene eseguita per accedere all’articolazione e inserire la protesi. In passato, il chirurgo praticava incisioni che potevano raggiungere i 25-30 cm di lunghezza e che portavano a consistenti perdite di sangue da parte del paziente. Con la nuova tecnica mininvasiva, oggi la lunghezza delle incisioni si è più che dimezzata e in genere non supera i 10-12 cm. Nonostante il chirurgo debba operare in uno spazio più ridotto, i vantaggi per il paziente sono notevoli e il recupero post-operatorio molto più rapido rispetto alle tecniche tradizionali usate in passato.
 

Come si svolgono gli interventi mininvasivi di artroprotesi all’anca?

L’intervento chirurgico mininvasivo per l’impianto di una protesi all’anca si può eseguire con modalità diverse, che vengono distinte in base alla via di accesso: postero-laterale (la via di accesso classica, usata per gli interventi tradizionali), laterale diretta, anteriore e bikini.
La via di accesso anteriore è tra le più comuni perché permette, con una minima incisione, di accedere direttamente all’articolazione dell’anca senza danni ai muscoli. Una variante della via di accesso anteriore è la tecnica bikini: in questo caso l’incisione viene praticata a livello inguinale e la cicatrice ha un impatto estetico molto limitato perché rimane nascosta nella piega dell’inguine.
  

Quali sono i vantaggi delle tecniche mininvasive?

Rispetto agli interventi tradizionali del passato, oggi le tecniche mininvasive offrono diversi vantaggi:
  • incisioni più piccole, che non danneggiano i muscoli;
  • minore sanguinamento e ridotta necessità di trasfusioni;
  • riduzione del dolore, perché il sanguinamento e gli ematomi post-operatori sono molto limitati;
  • cicatrici con impatto estetico molto limitato;
  • rapido recupero dell’autonomia e delle attività quotidiane.
 

Come avviene la riabilitazione post-operatoria?

La riabilitazione post-intervento viene gestita dai fisioterapisti interni al reparto, che già dal giorno successivo all’operazione aiutano i pazienti ad alzarsi in piedi, a muovere i primi passi con il girello e le stampelle, e in seguito a fare le scale. Rispetto all’intervento tradizionale, la tecnica mininvasiva permette quindi un recupero funzionale molto rapido: «In passato, i pazienti rimanevano immobili a letto per almeno 2-3 giorni dopo l’intervento, mentre oggi, con la tecnica mininvasiva, vengono aiutati ad alzarsi in piedi e muoversi già il giorno dopo l’operazione».
Al momento delle dimissioni, dopo circa 6-7 giorni dall’intervento mininvasivo, i pazienti sono completamente autosufficienti e in grado di riprendere le proprie attività quotidiane.  
 

Quali pazienti possono accedere a questo tipo di intervento?

L’intervento di artroprotesi all’anca con tecnica mininvasiva non ha particolari controindicazioni e, dopo tutti gli accertamenti necessari, può essere eseguita anche in pazienti in età avanzata o già operati in precedenza. «Non ci sono limitazioni di età», sottolinea il Dott. Bergami, «e di recente abbiamo eseguito questo intervento anche su pazienti di 90-92 anni, con recuperi molto buoni. Anche in alcune persone obese, seppure con difficoltà tecniche maggiori, si può eseguire questo intervento».
Con questa tecnica vengono eseguiti anche i cosiddetti interventi di revisione della protesi, per sostituire una protesi già impiantata in precedenza e che può essersi deteriorata o scollata.
 

Quali materiali si usano per le protesi?

Oggi tutte le protesi sono realizzate in leghe di titanio, un materiale molto resistente e che permette anche una gestione più facile della protesi da parte del paziente: «A differenza di quanto avveniva con le protesi del passato, oggi con il titanio i pazienti possono sottoporsi a risonanze magnetiche senza problemi».
Per quanto riguarda il cotile, cioè la parte della protesi che si inserisce nel bacino, i materiali più usati sono il polietilene e la ceramica, che garantiscono un’ottima resistenza all’attrito continuo che si ha a livello dell’articolazione.
L’ultimo ritrovato nel campo degli impianti protesici è l’Oxinium, un materiale antiallergico particolarmente indicato per chi soffre di allergie al nichel. L’Oxinium viene impiegato per realizzare testine che isolano la protesi e limitano il rischio di reazioni allergiche.

 
Quanto può durare una protesi all’anca?

«La durata media di una protesi è oggi di circa 20 anni», specifica il Dott. Bergami. La lunga durata di queste protesi permette di operare anche persone abbastanza giovani oppure sportivi che dovranno svolgere attività fisiche intense.
Questo miglioramento rispetto al passato non dipende solo dai materiali innovativi usati per le protesi attuali, ma anche dalla tecnica di impianto. In passato si usavano soprattutto protesi cementate, che venivano fissate all’osso per mezzo del cemento; tuttavia, con il tempo, il cemento può scollarsi e la protesi inizia a muoversi causando dolori. In questi casi, è necessario un nuovo intervento per la revisione della protesi.
Presso la struttura GVM di Faenza, l’equipe del Dott. Bergami usa invece protesi non cementate, che vengono inserite a pressione: in questo modo l’osso ingloba la protesi e la stabilizza senza bisogno di usare il cemento.
Questa tecnica permette di far durare più a lungo la protesi e di ritardare gli eventuali interventi di revisione.
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Revisione medica a cura di: Dott. Maurizio Bergami
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