Nessun ricovero, in piedi già dalla dimissione, minimo decorso post-operatorio. Quello all'ernia inguinale è ormai un intervento di routine, fra i più praticati nell'ambito della chirurgia generale. San Pier Damiano Hospital di Faenza, parte di GVM Care & Research offre al riguardo un percorso rodato, trattando chirurgicamente un centinaio di casi l'anno.
"L'ernia inguinale è una patologia particolarmente diffusa, soprattutto, per ragioni anatomiche, fra le persone di sesso maschile - illustra il dottor Romano Linguerri, dell'Unità operativa di Chirurgia generale presso San Pier Damiano Hospital di Faenza -. Il 90% delle ernie inguinali si riscontra, infatti, negli uomini, con un picco d'incidenza nella sesta/settima decade di vita. A livello d'età, quindi, è una problematica che colpisce dai 50 anni in su, anche se non mancano casi fra i trentenni e i quarantenni".
I campanelli di allarme
All'origine vi è una debolezza della parete muscolare addominale a livello della regione inguinale, responsabile della fuoriuscita degli organi interni. "A volte può capitare che nel sacco dell'ernia sia contenuto anche l'intestino. In genere, si prova una sensazione di fastidio, pesantezza e in alcune situazioni anche dolore".
Di solito è il paziente stesso ad accorgersene, notando una tumefazione nella regione inguinale. "Si tratta di una sorta di "gnocco". La particolarità è che quando ci si sdraia, se si attua una leggera pressione nella zona interessata, questa si riduce, in quanto il contenuto dell'ernia tende a rientrare dentro l'addome, per ricomparire poi appena ci si alza in piedi".
D'altra parte, la principale causa dell'ernia inguinale è da ricercare proprio nella posizione eretta, cui si deve la debolezza della parte addominale. Ci sono, tuttavia, fattori che possono favorirne l'insorgenza, come effettuare lavori pesanti, che comportano il sollevamento di pesi o simili, sforzi prolungati, oppure un periodo di tosse persistente, in quanto determina una maggior pressione sull'addome. "Alla base, però, c'è sempre una predisposizione anatomica soggettiva, su cui possono eventualmente innestarsi altre concause. Insomma, non è che tosse o sforzi provochino automaticamente in chiunque un'ernia. Molto incide quindi la familiarità: capitano spesso pazienti che riferiscono di aver avuto il proprio padre operato per lo stesso motivo".
Le soluzioni
"L'ernia va trattata chirurgicamente sia per evitare le conseguenze dell'incarceramento o dello strozzamento, da cui possono derivare complicanze tali da richiedere un'operazione d'urgenza, sia per impedire che cresca ulteriormente e dia disturbi nell'effettuare attività fisica o lavori manuali".
Come tipo di procedura chirurgica, è una delle più diffuse e antiche. "Si pratica sin dalle origini della chirurgia e oggi presenta un'incidenza in costante crescita, per via dell'allungamento dell'aspettativa di vita. Per più di un secolo e sino ad alcuni decenni fa la tecnica in voga era la metodica Bassini, dal chirurgo che l'aveva inventata nel 1884. Pur efficace, era gravata da un 25%-30% di possibilità di recidiva, così, dall'inizio degli anni '90 è stata soppiantata da sistemi più moderni come quelli alloplastici, che prevedono l'impiego di reti sintetiche".
Attualmente le più utilizzate sono le reti in polipropilene, con una maglia particolare che viene applicata nel punto di debolezza del muscolo, per rinforzarlo. "La rete viene appoggiata e fissata con punti assorbibili, così finisce per essere integrata nel muscolo stesso, conferendogli forza e resistenza. Si tratta di una tecnica molto efficace, tant’è che la possibilità di recidiva, cioè il ripresentarsi dell’ernia, risulta estremamente bassa, in alcune casistiche addirittura inferiore al 2% che in chirurgia significa un successo quasi completo”.
Per quanto riguarda il percorso, il primo step è la visita chirurgica, durante la quale si accerta la diagnosi. “Normalmente, per confermare la presenza di un’ernia inguinale e le sue dimensioni, e stabilire, quindi, le indicazioni all’intervento, è sufficiente un esame clinico. A volte, tuttavia, si completa la valutazione effettuando anche un’ecografia. Dopodiché, si programma l’intervento”.
I tempi
"Chi sceglie il percorso in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale segue l’iter previsto dal sistema pubblico. In alternativa, è possibile optare per la modalità privata oppure tramite assicurazioni sanitarie: in questi casi l’accesso all’intervento avviene con una procedura più snella e flessibile”.
Una volta fissata la data dell’intervento, si viene convocati qualche giorno prima per gli esami del caso, quali la visita anestesiologica e, se necessario, la valutazione cardiologica. L’operazione vera e propria, invece, viene eseguita in regime di day hospital. “Si entra e si viene dimessi il giorno stesso. Tuttavia, le sedute coprono l’intero arco della giornata, qualora si venga operati nel tardo pomeriggio, si trascorre la notte in ospedale. Una volta a domicilio, consigliamo una blanda terapia per il dolore, con l’assunzione di paracetamolo due volte al giorno. Molti, comunque, riferiscono di non averne mai avuto bisogno, perché con questa tecnica il decorso operatorio è minimo o comunque assolutamente tollerabile. L’altra avvertenza è di iniziare a muoversi già dal giorno dopo l’operazione, camminando in casa o all’esterno. Infine, raccomandiamo l’utilizzo di mutande elastiche di contenimento/compressione per 20-30 giorni”.
Una settimana circa dopo l’intervento, si viene convocati per la visita di controllo. “In quest’occasione, verifichiamo le condizioni della ferita e che sia tutto in ordine, rimuoviamo i punti della cute e, se non ci sono particolari controindicazioni, diamo il via libera alla ripresa della normale vita quotidiana”.