Clinica Privata Villalba

Osteoporosi, la salute del nostro scheletro inizia fin dall’infanzia

03 marzo 2016
Osteoporosi, la salute del nostro scheletro inizia fin dall’infanzia
Ecco come alimentazione, uso di farmaci e stili di vita possono incidere sulla malattia tipicamente femminile
 

L’osteoporosi è una patologia metabolica dello scheletro caratterizzata da una riduzione della massa ossea e da una contemporanea compromissione della micro architettura del tessuto osseo. Il decorso dell'osteoporosi è spesso asintomatico e la diagnosi viene fatta solo quando si verifica una frattura da fragilità (cioè per un trauma che sarebbe insufficiente a procurare la frattura in un soggetto sano).Prof. Renata Caudarella
 
La mancanza di una chiara sintomatologia è alla base della definizione di osteoporosi come ladra silenziosa. In Europa è presente in circa il 30% delle donne in menopausa: più del 40% di queste pazienti avrà fratture osteoporotiche nel corso della vita. Ma i dati epidemiologici indicano come anche il 15-30% degli uomini presenterà almeno una frattura da fragilità; inoltre se nei maschi le fratture si sviluppano più tardivamente rispetto alle femmine, si accompagnano ad un maggior rischio di mortalità. Si viene così a sfatare il mito che questa patologia riguardi solo il sesso femminile: si ammalano sia donne che uomini.

“Pertanto - spiega la Professoressa Renata Caudarella, docente universitaria, Specialista in Malattie Metaboliche e del Ricambio e oggi Responsabile del Centro per la diagnosi e la cura dell’osteoporosi di Clinica Privata Villalba (Bologna) - non è una condizione patologica esclusiva delle donne. Studi e ricerche si sono concentrate prevalentemente sul genere femminile, perché la menopausa inizia prima rispetto all’età in cui nell’uomo si ha un fisiologico calo della produzione degli ormoni sessuali”.

Le fratture da fragilità si verificano con maggior frequenza in alcuni segmenti ossei: in particolare a livello vertebrale, del femore e del radio. Ed è proprio in questi punti che viene abitualmente misurata la densità minerale ossea.
La probabilità di fratture, specie quelle vertebrali e del femore, aumenta con l’invecchiamento in entrambi i sessi.


L’osteoporosi è legata a più fattori: alcuni di essi non sono modificabili, come i fattori genetici, età, sesso femminile, etnia, ipogonadismo primario e secondario nel maschio. Altri viceversa modificabili e correlati allo stile di vita e alla propensione alle cadute.


Lo stile di vita include sia le abitudini alimentari sia lo svolgimento di una regolare attività fisica. Il ruolo fondamentale di una corretta alimentazione, sia per un ottimale  sviluppo dello scheletro sia per il mantenimento e riduzione della perdita di massa ossea dopo la menopausa, inizia praticamente dall’infanzia e dura per tutta la vita.

Quali indicazioni possiamo dare ai pazienti? 

“Molto semplicemente di assumere ogni giorno una corretta quantità di calcio e vitamina D insieme ad una dieta bilanciata che contenga tutti i nutrienti essenziali, includendo anche le proteine animali (non troppo scarse, non eccessive). Bisognerà evitare il fumo, un uso eccessivo di alcool e l’abuso di caffeina. Un discorso a parte merita l’apporto di vitamina D - contenuta in pochi alimenti (pesci soprattutto: sgombri, salmone, tonno) - e che deriva in prevalenza dalla sintesi cutanea in seguito all’esposizione solare. La vitamina D così sintetizzata viene depositata a livello corporeo per poter essere utilizzata successivamente. La sintesi di vitamina D dipenderà quindi da latitudine,  stagione dell’anno, pigmentazione della cute, invecchiamento, uso di creme protettive, assunzione di alcuni farmaci”.

“La diagnosi di osteoporosi, da non confondere con altre osteopatie metaboliche - come, ad esempio l’osteomalacia, la cui caratteristica principale è la ridotta mineralizzazione ossea - è frutto di una duplice investigazione clinica che si traduce da un lato nell’indagine strumentale vera e propria (grazie all’utilizzo della MOC – Mineralometria Ossea Computerizzata o Densitometria ossea si misura il contenuto minerale osseo sulla scorta di parametri accreditati a livello internazionale); dall’altro nella raccolta, da parte dello specialista, di tutte le evidenze possibili nel corso di un accurato processo di anamnesi a tu per tu con il paziente”.

La densitometria effettuata con tecnica DXA è la tecnica di elezione (gold standard) per la valutazione della massa ossea. L’esame è semplice, non invasivo e non richiede alcuna particolare preparazione. Si deve avere l’avvertenza di chiedere alla paziente o al paziente se è portatore di protesi d’anca o se è stato sottoposto a terapia di vertebro-cifoplastica a livello delle vertebre del tratto lombare. E’ meglio evitare l’esame nelle donne in gravidanza - anche se la dose di radiazione è molto bassa - o in chi ha effettuato precedenti indagini diagnostiche con mezzo di contrasto.  

“La misura della densità minerale ossea (BMD) che si ottiene con questo esame, viene in genere espressa come numero di deviazioni standard, al di sopra o al di sotto, di una media di riferimento (indicata come T-score). La determinazione della BMD fornisce un’ indicazione di tipo quantitativo ma non qualitativo; l’unico mezzo a disposizione per valutare l’aspetto qualitativo del tessuto osseo era rappresentato dalla biopsia ossea della cresta iliaca non utilizzabile nella corrente pratica clinica. Di recente è stato immesso in commercio un software che consente di valutare la microarchitettura dell’osso (TBS, Trabecular Bone Score) utilizzando i dati derivati dall’esame densitometrico. Numerosi lavori, eseguiti negli ultimi anni, dimostrano che il TBS può rappresentare un valido aiuto (da solo o in associazione con la BMD) per evidenziare e predire le fratture da fragilità non solo nell’osteoporosi primitiva ma anche nelle forme secondarie”.

“L’associazione di fattori di rischio clinici ha dimostrato di aumentare la capacità della BMD per la predittività delle fratture. Questi dati sono stati inseriti nell’algoritmo FRAX (Fracture risk assessment tool) per la stima della probabilità di un soggetto a distanza di 10 anni di avere fratture osteoporotiche maggiori (vertebrali, femore, avambraccio ed omero) e fratture d’anca. Nell’aprile 2015, il TBS è stato introdotto in questo algoritmo migliorandone la performance. Vi è accordo unanime in letteratura che la stima del rischio e quindi della soglia d’intervento farmacologico deve basarsi sia sul valore densitometrico sia su fattori di rischio clinico”.

Quando un quadro clinico e strumentale indica una condizione di osteoporosi bisogna escludere la presenza di forme secondarie come conseguenza di comorbilità (artrite reumatoide, malattie infiammatorie intestinali croniche, celiachia, ipogonadismo, ipercortisolismo, BPCO, trapianto d’organo, iperparatiroidismo, diabete mellito, immobilizzazione prolungata, alcolismo) e dell’uso di medicinali (ad esempio corticosteroidi, immunosoppressori, anticonvulsivanti, eparina).

Infine per quanto riguarda la terapia dell'osteoporosi, esistono trials clinici che hanno documentato l’efficacia dei farmaci per il trattamento e la prevenzione delle fratture. I più usati in tutto il mondo sono i bisfosfonati, la teriparatide, il denosumab, il raloxifene e basedoxifene. 

E per quanto riguarda la terapia ormonale sostitutiva nell’immediato periodo post-menopausale?

“E’ una terapia – conclude la Professoressa Caudarella - in cui deve essere valutato il rapporto rischi/benefici tenendo conto del possibile aumento del rischio di malattie coronariche, tumore della mammella, ictus e complicanze tromboemboliche. Richiede quindi un attento follow up della paziente da parte dello specialista che l’ha prescritta”.
 
 
 

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