Sindrome metabolica: perché è importante non sottovalutarla

Sindrome metabolica forli endocrinologa

Controllare il peso corporeo non è solo una questione estetica. I chili di troppo, quando aumentano in modo eccessivo, possono associarsi ad alterazioni metaboliche e cardiovascolari. In questi casi si parla di sindrome metabolica, una condizione che oggi colpisce fasce sempre più ampie e più giovani della popolazione.
In questa intervista, la Dott.ssa Cecilia Ragazzini, diabetologa ed endocrinologa di Primus Forlì Medical Center, ci spiega come riconoscere i segnali della sindrome metabolica e quali sono le conseguenze sull’organismo. 

Che cosa si intende per sindrome metabolica?

La sindrome metabolica è una condizione caratterizzata dalla compresenza nello stesso individuo di molteplici fattori di rischio per lo sviluppo sia del diabete di tipo 2 sia della patologia cardiovascolare. È una condizione che può presentare una certa familiarità, con diversi aspetti genetici che concorrono, variamente uniti tra di loro, a predisporre allo sviluppo di questa sindrome.
 
I criteri diagnostici fondamentali per definire la sindrome metabolica sono dati dalla presenza di:
-   iperglicemia (aumento dei livelli di glucosio nel sangue);
-   ipertrigliceridemia (aumento dei livelli di trigliceridi nel sangue);
-   bassi livelli di colesterolo “buono” HDL nel sangue;
-   ipertensione arteriosa;
-   obesità centrale a fenotipo addominale, cioè con una circonferenza vita maggiore di 102 cm nell’uomo e maggiore di 94 cm nella donna.
Talvolta, a questi criteri si possono aggiungere anche la microalbuminuria (presenza di albumina nelle urine) e l’iperuricemia (aumento della concentrazione di acido urico nel sangue).

Qual è la fascia di età più a rischio?

Ormai da alcuni anni, la comparsa di questa sindrome si colloca in una fascia di età sempre più precoce. «Sopra i 50 anni, 1 persona su 5 oggi ha una sindrome metabolica. È una frequenza che ultimamente è andata aumentando e che presenta una maggiore incidenza in fasce d’età che prima non erano interessate da questa condizione», spiega la Dott.ssa Ragazzini. Lo stile di vita è uno dei fattori di rischio fondamentali. In particolare, le condizioni di benessere ormai diffuse a gran parte della popolazione hanno portato negli ultimi anni a un aumento della sedentarietà e, in parallelo, a una maggiore tendenza all’ipernutrizione: tutti fattori che si traducono in una maggiore incidenza dei casi di sovrappeso e obesità.

 
Quali sono i primi campanelli d’allarme?

Il primo campanello d’allarme, di cui ci si può rendere conto anche senza eseguire test diagnostici specifici, è l’aumento del BMI (Body Mass Index, indice di massa corporea), ovvero un aumento del rapporto tra il peso corporeo e l’altezza (calcolabile facilmente con App disponibili online).
Quando il BMI supera il valore di 25, l’individuo è in sovrappeso; per valori superiori, si parla invece di obesità: «questa è già una condizione in cui aumenta in modo significativo la probabilità di sviluppare una sindrome metabolica: in questa fascia della popolazione, è infatti molto probabile trovare altre condizioni che concorrono alla sindrome, come l’iperglicemia da insulino-resistenza, i bassi livelli di colesterolo HDL, l’ipertensione ecc.»
Quando si riscontra un aumento importante del peso corporeo, è consigliabile quindi fare una valutazione generale delle condizioni di salute. Il momento in cui la prevenzione può dare il contributo più significativo è infatti in una fase precoce della sindrome, quando le persone non hanno ancora sviluppato il diabete di tipo 2. Infatti, se i pazienti sono già diabetici, è molto probabile che siano già presenti anche i segni della patologia cardiovascolare, in particolare sotto forma di placche aterosclerotiche a livello dei tronchi sovraortici, delle coronarie o degli arti inferiori.
 

Come si può prevenire la sindrome metabolica?

Per le persone normopeso il consiglio è quello di mantenere uno stile di vita sano, svolgendo attività fisica con regolarità e mantenendo un’alimentazione equilibrata, che includa sempre frutta, verdura e proteine di buona qualità. È fondamentale invece evitare il cibo spazzatura, oggi molto diffuso tra i giovani e i bambini, che porta ad assumere prevalentemente carboidrati, grassi e proteine di scarsa qualità.
 
Per le persone in sovrappeso, obese o che hanno già alcuni sintomi della sindrome metabolica (per esempio, l’insulino-resistenza), è importante innanzitutto formulare una diagnosi corretta attraverso l’esame obiettivo (misurazione del peso, della pressione, ecc.) ed esami del sangue mirati (per valutare il profilo lipidico, la glicemia, l’insulinemia a digiuno e, in alcuni casi, anche microalbuminuria).  Se i risultati confermano una sindrome metabolica in evoluzione è importante che i pazienti inizino da subito a modificare il proprio stile di vita.
 

Che cosa prevede la gestione della sindrome metabolica?

«In caso di insulino-resistenza, è importante coinvolgere da subito l’endocrinologo e il dietologo, perché questo consente di prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete», suggerisce la Dott.ssa Ragazzini. «Chi ha la sindrome metabolica dovrebbe inoltre fare uno screening per le patologie cardiovascolari, per esempio un doppler dei vasi del collo, ed eseguire un’ecografia dell’addome per verificare la presenza di steatosi epatica». La steatosi epatica, che consiste nella degenerazione grassa del fegato, è una caratteristica della sindrome metabolica e altera il funzionamento del fegato, un organo fondamentale per il metabolismo di tutto il corpo.
 

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Revisione medica a cura di: Dott.ssa Cecilia Ragazzini
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