Maria Pia Hospital

Tecnica MICT per il trattamento del tumore alla vescica

21 maggio 2019
La vescica, come altri organi, può essere colpita da patologie tumorali che si manifestano quando alcune cellule non funzionano più in modo corretto e iniziano a moltiplicarsi in maniera del tutto incontrollata.

Nell’80% dei casi si sviluppa in superficie, per poi infiltrarsi gradualmente. Come per gli altri tipi di tumori, diagnosticarlo in fase precoce, è fondamentale per la cura. L’età media della diagnosi è 65 anni per gli uomini e 68 per le donne ed è tre volte più frequente nel sesso maschile che in quello femminile. Il trattamento del tumore della vescica è principalmente chirurgico, sia nel caso di neoplasia infiltrante che superficiale ad alto rischio di progressione. Tale intervento è noto con il nome di cistectomia radicale.

Il Dottor Mauro Mari Responsabile di urologia al Maria Pia Hospital di Torino ci spiega che cosa è la MICT (Tecnica del condotto ileale modificata), da lui ideata, modificando la tecnica di Bricker largamente impiegata, e che utilizza un segmento di intestino (l’ileo) a cui vengono uniti gli ureteri (condotti che collegano i reni alla vescica).

Quali paziente possono essere curati con la tecnica MICT?

Si utilizza in tutti quei pazienti che devono essere sottoposti ad asportazione di vescica e di prostata (nell’uomo) per tumore infiltrante della vescica, per le vesciche neurologiche, in alcuni casi d’infezioni di tipo tubercolare e ogni qualvolta in cui la vescica è danneggiata al punto che non funziona più come serbatoio. In tutti questi casi, se non si può ampliare la vescica, si deve ricorrere alla derivazione urinaria. Per questi pazienti viene confezionato un serbatoio dove si accumulata l’urina, la quale, non potendo più defluire per le vie naturali, si fa fuoriuscire all’esterno in un sacchettino.

In cosa consiste?

“Si è cercato di capire, negli ultimi 30-40 anni - specifica il dottor Mari - quale potesse essere una valida alternativa alla Derivazione urinaria secondo Bricker in corso di cistectomia radicale.

Ho pensato di modificare questa tecnica: anziché far arrivare l’uretere sinistro a destra per unirlo all’ileo, ho fatto arrivare l’ileo a sinistra in modo da creare un attacco tra l’uretere e l’ileo senza devascolarizzare e frazionare l’uretere.  In pratica allungo l’ileo di qualche centimetro in più, lo faccio passare sotto il sigma e affiorare alla parte sinistra (anziché a destra) dello scavo pelvico, in modo tale che l’uretere si trovi a pochi centimetri dall’ileo. In questo modo si collega l’uretere all’ileo senza tensione, né devascolarizzazione e senza correre il rischio che questa unione tra l’ileo e l’uretere possa provocare un restringimento”.
 
Qual è l’impatto psicologico?

“L’impatto psicologico è importante e non dipende dalla tecnica operatoria perché la variazione che si crea è all’interno dell’organismo non all’esterno. Tutti quei pazienti ai quali non possiamo creare una nuova vescica o neovescica per alcune controindicazioni di tipo oncologico o dopo una radioterapia devono essere accompagnati nel percorso dell’accettazione della derivazione urinaria esterna (un sacchettino che raccoglie le urine). Per esperienza devo dire che tutti questi soggetti si adattano meglio di ciò che si pensa all’idea del sacchettino esterno perché, comunque, consente loro di fare una vita normale. L’imbarazzo più grande consiste nell’indossare il costume da bagno in spiaggia ma, nella vita di tutti i giorni passa inosservato, anzi alcuni frequentano addirittura la piscina mettendo un adesivo particolare sulla stomia (piccola apertura realizzata chirurgicamente sull’addome).

Si può ricostruire anche una vescica interna?

“La vescica interna può essere ricostruita con una tecnica chiamata neovescica ileale ad Y. Si usa una parte dell’ileo sagomandolo e creando una nuova vescica. Dopo l’intervento il paziente deve essere molto attento a seguire le indicazioni che le vengono fornite e deve essere seguito correttamente perché questa tecnica richiede controlli molto frequenti. Questo tipo di ricostruzione richiede una collaborazione attiva del paziente: deve imparare a mingere in un certo modo, essere attento che non si formino tappi di muco (l’intestino produce muco), bisogna che svuoti sempre bene la vescica ed accettare che può andare incontro ad incontinenza notturna.

Questa procedura è possibile in tutti quei casi in cui i pazienti, anche oncologici, siano idonei a realizzare questo tipo d’intervento. In pazienti relativamente giovani, con una buona compliance, che abbiano un tumore alla vescica che non controindichi una ricostruzione, per esempio, un tumore della parete laterale o della cupola della vescica, o un tumore che non raggiunga il tratto dell’uretra  prostatica e che non sia a rischio recidiva, si deve proporre la ricostruzione della nuova vescica interna”.

“Ci si aspetterebbe, nella casistica mondiale, più ricostruzioni di vescica interna - conclude il dottore -paradossalmente, invece ci sono molte più derivazioni esterne perché sono più semplici da gestire e i pazienti, spesso, preferiscono questo secondo tipo d’intervento”.
 
 
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