ambulatorio

La prima visita di chirurgia vertebrale si pone come obiettivo principale ottenere un primo inquadramento diagnostico di una problematica di colonna vertebrale. Sono tradizionalmente previste tre fasi:
 

Anamnesi

Attraverso il dialogo, lo specialista indaga la natura (sede, intensità, carattere), le modalità di insorgenza e la durata dei sintomi. Nell'ambito delle patologie della colonna vertebrale, soprattutto quelle di tipo degenerativo, la conversazione riguarderà principalmente il dolore percepito. Una corretta interpretazione del dolore è infatti fondamentale per aumentare le probabilità di formulare una diagnosi corretta.

L'anamnesi riguarda anche altri aspetti altrettanto rilevanti:
  • Patologie concomitanti (o comorbidità), che vanno prontamente segnalate. Ad esempio, le patologie cardiologiche hanno un impatto sui rischi anestesiologici e operatori, controindicando determinati trattamenti chirurgici. Il diabete, in tutte le sue forme e soprattutto se scarsamente controllato, può potenziare la percezione del dolore di natura neuropatica o rappresentarne la principale causa. Inoltre, influisce negativamente sul rischio di infezioni nel periodo postoperatorio.
  • Precedenti interventi chirurgici. Per facilitare lo specialista, è essenziale saper descrivere e idealmente fornire documentazione riguardo a eventuali precedenti interventi chirurgici effettuati sulla colonna vertebrale o anche eseguiti per altri motivi.
  • Anamnesi farmacologica. Per poter concepire un trattamento farmacologico del dolore appropriato ed efficace, lo specialista deve conoscere la terapia farmacologica attuale e i trattamenti precedentemente praticati, con un'attenzione anche a eventuali effetti indesiderati riscontrati in occasione di terapie pregresse.


Consultazione di esami radiologici e/o strumentali

  • Risonanza Magnetica. È indubbiamente l'esame radiologico di maggior rilievo durante la prima visita di chirurgia vertebrale. Non è possibile fornire alcun parere conclusivo riguardo qualsiasi patologia della colonna vertebrale senza aver visualizzato una risonanza magnetica. Per le patologie di tipo degenerativo, nella stragrande maggioranza dei casi è sufficiente un esame di risonanza magnetica senza mezzo di contrasto per formulare un primo orientamento diagnostico. I limiti della risonanza magnetica riguardano: 
    • Lo studio della componente ossea della colonna vertebrale; 
    • La valutazione di una colonna vertebrale dove sono stati impiantati mezzi di sintesi ferromagnetici, che appaiono sotto forma di "artefatto" di difficile interpretazione;
    • Un potere diagnostico fortemente correlato alla qualità delle immagini: gli esami eseguiti con macchinari a "basso campo magnetico" tendono ad avere un potere diagnostico inferiore (talvolta nemmeno considerabile come diagnostico) rispetto agli studi effettuati con macchinari ad "alto campo magnetico".
  • Radiografia tradizionale. Una radiografia della colonna vertebrale sotto carico effettuata in ortostatismo (in piedi) fornisce informazioni fondamentali riguardo la statica della colonna. Dal momento che la risonanza magnetica si effettua in posizione clinostatica (supina), la radiografia risulta cruciale nell'approfondimento diagnostico delle deformità, sia coronali (e.g. scoliosi, rotoscoliosi) che sagittali (e.g. spondilolistesi), o di esiti post-traumatici, come nel caso delle fratture vertebrali. Nella maggior parte degli interventi di artrodesi vertebrale, la radiografia della colonna per intero su un unico radiogramma in ortostatismo permette di valutare approfonditamente la statica della colonna sotto forma di parametri geometrici, i cosiddetti parametri spinopelvici. Nel caso ci sia un’indicazione al trattamento chirurgico, questi parametri consentono di selezionare la tecnica chirurgica più appropriata e la tipologia più adeguata di impianti da utilizzare.
  • Tomografia computerizzata (TC) della colonna vertebrale. Tramite la TC è possibile esaminare lo scheletro della colonna vertebrale. L’esame prevede l'esposizione a radiazioni ionizzanti, motivo per il quale viene richiesto solo se strettamente necessario. Assume un ruolo molto importante nei seguenti casi: 
    • Valutazione di costrutti precedentemente impiantati nella colonna vertebrale;
    • Analisi della qualità dell'osso in previsione di un intervento chirurgico di artrodesi vertebrale, in particolare nelle persone affette da osteopenia o osteoporosi;
    • Pianificazione preoperatoria in casi selezionati, come in caso di chirurgia delle deformità della colonna vertebrale, approcci chirurgici combinati, ecc.
  • Elettroneurografia – Elettromiografia. Questo esame di secondo livello permette di approfondire lo stato di salute di un determinato distretto del sistema nervoso periferico, come ad esempio arti superiori e inferiori. La neuropatia (sofferenza del nervo) può essere di tipo sensitivo quando coinvolge fibre nervose che portano al cervello informazioni sulla sensibilità o di tipo motorio quando sono coinvolte quelle che veicolano comandi motori provenienti dal cervello ai muscoli. Documentarla offre ulteriori dati, utili a individuare una patologia della colonna vertebrale all'origine di una compressione meccanica degli elementi nervosi che decorrono al suo interno. La competenza del neurologo sta anche nel porre una corretta diagnosi nel contesto di una grande varietà di condizioni che possono portare a una neuropatia. Per questo motivo, la validità del risultato di questo esame e il suo contributo diagnostico dipendono fortemente dall’abilità dell’operatore.

Esame obiettivo neurologico

Si svolge praticando manovre e test clinici che consentono di valutare le funzioni cognitive, gli organi di senso, la funzione sensitiva, motoria e propriocettiva della persona. Nel caso delle patologie della colonna vertebrale, le funzioni sensitiva, motoria e propriocettiva risultano quelle più rilevanti. Sulla scorta di un’anamnesi correttamente raccolta e di una disamina accorta degli esami diagnostici, è possibile ricercare determinati segni clinici: aree di riduzione della sensibilità lungo gli arti, riduzione della forza di un muscolo o gruppi muscolari, alterazione dei riflessi osteotendinei. Ciò consente di raggiungere due obiettivi: 
  • Rrafforzare o confermare un sospetto diagnostico inizialmente formulato, anche tramite test clinici utili a fare diagnosi differenziale quando si sospetta più di una possibile diagnosi;
  • Evidenziare e annotare segni clinici di gravità che possono potenzialmente influenzare il percorso diagnostico-terapeutico.

Al termine di questa fase, è possibile formulare un primo orientamento diagnostico accompagnato da prescrizioni riguardo un primo approccio terapeutico, di tipo farmacologico, fisioterapico o chirurgico, e possibili ulteriori esami diagnostici necessari. 

In molti casi, un parere diagnostico conclusivo e una decisione circa il percorso terapeutico più opportuno possono richiedere ulteriori accertamenti, come anche una fase di riflessione da parte del chirurgo vertebrale, che può sentire la necessità di approfondire il caso e confrontarsi con altri colleghi specialisti. Questo approccio è espressione di responsabilità e attenzione, soprattutto quando si tratta di pianificare interventi chirurgici che possono cambiare in modo significativo la vita, auspicabilmente in positivo.

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