Santa Rita Hospital / 16 novembre 2021

Una protesi d'anca di ultima generazione per tornare a camminare

Una protesi d'anca di ultima generazione per tornare a camminare
La chirurgia protesica dell'anca è spesso conseguenza di patologie degenerative muscolo-scheletriche che si manifestano con l'avanzare dell'età. Tuttavia un intervento di protesi d’anca può rendersi necessario anche in pazienti giovani, come risultato di traumi o incidenti. È questo il caso di una giovane donna 35enne che si è rivolta agli specialisti di Ortopedia e Traumatologia del Santa Rita Hospital a Montecatini Terme che, analizzato il quadro clinico, hanno optato per un intervento di protesica d’anca.

La paziente era stata operata nel 2011 per una frattura dell’acetabolo (la parte di bacino che si articola con il femore) e una lussazione dell’anca a seguito di un incidente. A distanza di un decennio riscontrava importanti problemi di deambulazione. “La paziente zoppicava visibilmente e camminava a fatica – racconta il dott. Gianni Nucci, responsabile dell’U.O. di Ortopedia e Traumatologia a Santa Rita Hospital –. Questo perché, a causa della lesione dell’articolazione occorsa per l’incidente, l’articolazione stessa si è consumata molto rapidamente. Dal primo intervento a oggi la giovane donna si è sottoposta a diversi trattamenti per cercare di prolungare la vita dell’anca ma alla fine, dopo 10 anni, si è innescata una necrosi della testa del femore che ha consumato precocemente l’articolazione”.

3 settimane di studio di équipe per preparare l'intervento

Data la complessità del caso, l'indagine diagnostica è stata essenziale per individuare la modalità di intervento più adatta e la tipologia di protesi da utilizzare. La radiografia mostrava infatti che al femore mancava la parte superiore la quale poggiava sull’osso vivo dentro il bacino provocando, oltre alla zoppia, anche dolori acuti. La Risonanza Magnetica ha poi evidenziato l’edema osseo, ovvero l’infiammazione cronica che colpisce l’osso residuo, che risultava estremamente ampio: l’équipe ha dunque optato per una protesi più estesa del previsto per riuscire a raggiungere la superficie sana a cui ancorarla. Infine la TC ha consentito il “bilancio osseo”, ovvero di determinare la quantità di osso residua, sia della parte femorale che dell’acetabolo a coppa.

Abbiamo effettuato uno studio d’équipe per capire quali dispositivi utilizzare, con quale angolazione posizionare la protesi e se fossero necessarie delle parti protesiche aggiuntive (chiamate augment, servono a riempire dei difetti ossei)” – commenta il dott. Nucci –. Inoltre nell’acetabolo erano presenti delle viti risalenti al precedente intervento che potevano esserci d’ostacolo, andando in profondità per fissare la protesi, impedendoci di raggiungere il tessuto osseo sano. Con la TC è stato possibile individuare al millimetro il posizionamento di queste viti, pur dovendo considerare una probabilità di incontrarle. Per poter concludere l’intervento anche in questa evenienza abbiamo dunque allestito la sala operatoria con tutti i dispositivi e gli strumenti utili ad intervenire per vie alternative”.

Le protesi utilizzate 

Per la parte dell’acetabolo è stata utilizzata una protesi di ultima generazione, mentre per il femore è stata adottata una protesi tra i modelli più in uso ed estremamente affidabili, con studi che attestano la durata a 25-30 anni. 
Abbiamo utilizzato una via mininvasiva – spiega il dott. Nucci –. Risparmiando le strutture tendinee e muscolari, passando attraverso un piccolo taglio di 10cm ricavato sulla pregressa cicatrice, la forza muscolare è stata conservata e nel post operatorio la paziente non ha presentato dolore. È stata messa in piedi il giorno seguente e, dopo 5 giorni di degenza, è stata dimessa con indicazione all’utilizzo di stampelle per circa 3 settimane. Bisogna avere cura della protesi, sono sconsigliate attività fisiche che la sollecitano eccessivamente e ne aumentano l’usura, come ad esempio la corsa, ma questa cura però non limita la vita”. 
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Revisione medica a cura di: Nucci Gianni
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