Maria Pia Hospital

Chirurgia protesica, impianti tradizionali o a stelo corto nella patologia degenerativa dell’anca

15 maggio 2018
Chirurgia protesica, impianti tradizionali o a stelo corto nella patologia degenerativa dell’anca
Luisangelo Sordo, Responsabile dell’Unità di Ortopedia e Traumatologia a Maria Pia Hospital, fa il punto sulle procedure classiche e le innovazioni adottate in campo terapeutico anche per spalla e ginocchio
 
La chirurgia protesica - spiega il Dottor Luisangelo Sordo - è la chirurgia sostitutiva delle articolazioni. Consiste nella sostituzione totale o parziale di un’articolazione irrimediabilmente alterata da patologie degenerative artrosiche o vascolari (osteonecrosi), infiammatorie artritiche, traumatiche, qualora l’apparato muscolare risulti ancora valido ed integro. Gli interventi di sostituzione protesica sono maggiormente condotti, in ordine di frequenza, a livello di anca, ginocchio e spalla e solo in maniera minore su altri segmenti articolari”. 
 
In che modo le patologie degenerative agiscono sulla quotidianità? 
 
“La patologia degenerativa dell’anca (coxartrosi) determina una limitazione funzionale estremamente significativa con diminuzione della autonomia del paziente talvolta fino all’immobilità e dolore. In questi casi è, innanzitutto, fondamentale porre una corretta diagnosi, informare il paziente sulla patologia, sul decorso naturale qualora non trattata, sui dettagli dell’intervento previsto e sulla rieducazione necessaria nel post-operatorio. Successivamente viene affrontato l’inquadramento clinico e lo studio della malattia sotto il profilo tecnico mediante la Diagnostica per immagini (radiografie, TC, Risonanza Magnetica). Si esegue poi la pianificazione tramite il planning pre-operatorio, scegliendo la tipologia di accesso, protesi e metodica d’impianto più adatta ad ogni singolo soggetto”.
 
Possiamo parlare di protesi su misura?
 
“No, le componenti protesiche non vengono realizzate su misura; si sceglie la tipologia d’impianto e la taglia in modo da adattare la protesi, come tipo e dimensioni, all’anca del paziente. Esistono protesi custom-made create sulla base di ricostruzioni TC tridimensionali: vengono però riservate al trattamento di gravi perdite osse. Il chirurgo ortopedico non è il ‘sarto’ delle protesi, piuttosto è colui che fa ‘indossare’ la protesi a chi ne ha indicazione”. 
 
Quali i materiali adottati?
 
“I materiali utilizzati nelle varie componenti protesiche - aggiunge il Dottor Luisangelo Sordo – sono molteplici: negli impianti non cementati le componenti sono rivestite con maglie in titanio idrossiapatite all’interfaccia con l’osso, consentendo non solo una tenuta primaria a pressione (press-fit), ma una stabilizzazione secondaria data dall’osteointegrazione. Nelle protesi cementate, invece, anche il rivestimento della componente, come il suo core è in acciaio, per favorire l’adesione del cemento”.
 
Che cos’è una protesi non cementata?
 
“È una protesi impiantata creando uno spazio nell’osso mediante frese di precisione e inserendo a pressione (press-fit) la componente protesica; una tecnica simile a quella utilizzata per creare gli intarsi del legno. La scelta della metodologia d’impianto (cementata o meno) dipende prevalentemente dalle condizioni ossee stimate al planning ed intraoperatorie”.
 
Sempre più spesso si fa riferimento a protesi a stelo corto. Di cosa si tratta? 
 
“È una scelta tecnica che determina l’utilizzo di steli più corti che consentono al chirurgo di ottenere, in teoria, un maggiore risparmio del capitale osseo del paziente in vista di un futuro, eventuale intervento di revisione permettendo il posizionamento attraverso cicatrici chirurgiche molto ridotte. Tuttavia il concetto di mininvasività non sempre coincide con la necessità di risparmio tissutale. Posso però aggiungere come nei grandi Registri Protesici svedesi, norvegesi, australiani ed americani non siano ancora contenuti dati statistici sufficienti a suffragare il pieno utilizzo delle protesi a stelo corto, la cui durata (vita media) risulta al momento non ancora comparabile ripsetto alle protesi con più lungo follw-up”.
 
Parliamo ora della spalla. 
 
“La patologia degenerativa della spalla - chiarisce Sordo - è spesso determinata da una degenerazione dell’articolazione secondaria a lesioni della cuffia dei rotatori.La più grossa evoluzione in campo protesico è stata l’introduzione della protesi inversa. Questo particolare tipo d’impianto scambia la geometria dell’articolazione creando una glena (parte concava) a livello della testa dell’omero. L’artifizio tecnico determina un abbassamento e medializzazione del centro di rotazione dell’articolazione, rendendo il muscolo deltoide in grado di sostituire pienamente la funzione della cuffia dei rotatori ormai irrimediabilmente perduta. Ciò può consentire al paziente la mobilizzazione, senza dolore, dell’articolazione; ma la presenza di un muscolo deltoide già lesionato o ipostenico costituisce controindicazione assoluta alla procedura”. 
 
“Come ultimo argomento - conclude Sordo - affrontiamo la protesica del ginocchio. Il paziente che arriva all’attenzione dello specialista è colui che lamenta dolore e limitazione negli spostamenti associati ad un quadro di patologia degenerativa articolare. Lo scopo è pertanto il miglioramento diretto della qualità di vita in termini di dolore ed autonomia deambulatoria. A chi chiede se esista o meno una protesi particolare per lo sportivo, rispondo che esistono persone sottoposte ad impianto protesico al ginocchio e ancora dedite all’attività fisica. La scelta dell’attività da praticare deve ovviamente cadere su sport a basso impatto (esempio bici, trekking), ma sempre con prudenza e previo programma di preparazione muscolare adeguato”.

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