Tumore seno

 prevenzione tumore al seno
 

Il tumore al seno: quanti tipi ne esistono e come fare prevenzione

È la prima causa di decesso fra quelli che interessano la popolazione femminile: 1 donna su 8 ne viene colpita durante la propria vita. Parliamo del tumore al seno, la moltiplicazione incontrollata di alcune cellule della ghiandola mammaria che si trasformano in maligne. Grazie alla costante evoluzione tecnologica e alla ricerca scientifica, il crescente numero di diagnosi precoci ha consentito di intercettare sempre più forme tumorali in fase iniziale. Un elemento che, insieme alla standardizzazione delle procedure terapeutiche, ha reso questo tumore sensibilmente più curabile: a 5 anni dalla diagnosi, la sopravvivenza negli ultimi 20 anni è aumentata dall’81% all’87%, in continuo aumento (fonte: Airc, Nastro Rosa). Ma è necessario conoscere le dinamiche del suo sviluppo per capire quanto possa influire una diagnosi tempestiva sull’esito.
 

Per comprendere le tipologie di tumore al seno, è innanzitutto utile analizzare la struttura fisica della mammella in relazione alla sua funzione principale. Il seno è composto da un insieme di 15-20 ghiandole dette lobuli, deputati alla produzione del latte materno che attraverso i dotti lattiferi arriva fino al capezzolo. Questi elementi sono circondati da un tessuto adiposo (stroma) e da vasi sanguigni e linfatici. Il tumore al seno può svilupparsi da vari tipi di tessuto all’interno della mammella, ma la crescita incontrollata delle cellule avviene con maggiore frequenza proprio nei condotti oppure, evento più raro, nei lobuli.

Non esiste un solo tipo di tumore al seno: morfologia e biologia delle diverse forme emergono in fase diagnostica e in particolare grazie al referto istologico. Accertare con chiarezza di quale tipo si tratti è un passaggio essenziale per pianificare il trattamento adeguato.

La prima distinzione da fare è quella fra tipologie non invasive (o in situ) e invasive (o infiltranti). Le prime non coinvolgono altri organi e tessuti, mentre le forme invasive non si limitano a interessare l’area mammaria, ma possono espandersi in altre zone dell’organismo. In seguito, si stabilisce da quali cellule ha avuto origine il tumore, che può quindi essere nel 70% dei casi di tipo non speciale (NST), oppure di tipo lobulare, tubulare, cribriforme o mucinoso.

Si determina poi il grado istologico, ovvero fino a che punto le cellule tumorali si siano differenziate rispetto alle altre: il grado 3 è quello più alto e indica il massimo livello di aggressività del tumore al seno. Si considera inoltre anche l’evoluzione del tumore al seno ovvero quanto si è esteso rispetto alla sede dove ha avuto origine. Questo va a definire lo stadio del tumore. Non ci si riferisce solo alla dimensione del tumore, infatti non è detto che a grandi dimensioni corrisponda un’equivalente aggressività, che è invece maggiormente legata a un eventuale coinvolgimento dei linfonodi e di altri organi.

Gli stadi sono 5 e vanno da 0 a 4:

  • Stadio 0: il carcinoma è in situ (non infiltra e non dà metastasi)
  • Stadio 1: il tumore è ancora in fase iniziale, non più grande di 2 cm e non c’è diffusione ai linfonodi ascellari.
  • Stadio 2: si tratta di tumore maggiore di 2 cm ma non superiore ai 5 cm o che si è diffuso ai linfonodi ascellari
  • Stadio 3: il tumore è avanzato e si è diffuso maggiormente alle aree linfonodali.
  • Stadio 4: sono presenti metastasi a distanza. Sicuramente lo stadio è più grave ma la cura è ancora possibile.
  • Infine, è da considerare la posizione: la metà di questi tumori si sviluppa nel quadrante superiore esterno della mammella.

Come spesso accade quando si tratta di queste patologie, anche il tumore alla mammella può svilupparsi in relazione a diverse cause. Alcune forme sono ereditarie e dipendono per il 50% da mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2. Sono inoltre da considerare questi fattori di rischio:
  • età superiore ai 50 anni, fase in cui si concentra il 75% dei tumori al seno nelle donne
  • prolungate terapie ormonali a base di estrogeni
  • gravidanza tardiva (dopo i 30 anni) o assente.
  • precocità delle prime mestruazioni e/o menopausa tardiva
  • obesità e sindrome metabolica
  • pregressa radioterapia sulla parete toracica
  • precedenti displasie o neoplasie mammarie
Nelle sue fasi più precoci, è una patologia silenziosa: di solito, il dolore percepito alla mammella non è infatti legato a un tumore, ma alla presenza di cisti o più comunemente a cambiamenti ormonali durante il ciclo. Non solo: una buona parte di questi tumori è identificabile solo attraverso gli opportuni esami diagnostici.

Il sintomo più frequente, che funge da primo campanello d’allarme, è la presenza di piccoli noduli, rilevabili tramite la palpazione del seno. Se risultano anche visibili, sono manifestazioni di un tumore al seno già in stadio avanzato. La paziente deve inoltre fare molta attenzione a quelle che sono le possibili variazioni della mammella, come cambiamenti di forma o aspetto (pelle a buccia d’arancia localizzata), e del capezzolo, che può rivolgersi verso l’interno o verso l’esterno oppure produrre perdite di liquido (in genere un solo capezzolo e non entrambi).

Di alcuni cambiamenti la donna è particolarmente consapevole durante e soprattutto dopo la gravidanza: è facile scambiare la presenza di grumi per sintomi di tumore al seno durante l’allattamento e allarmarsi di conseguenza. Ma la formazione di un cancro al seno in questa specifica fase, anche se possibile, è piuttosto rara.
 

La diagnosi precoce è la risposta ormai imprescindibile in questo ambito. La ricerca scientifica e medica ha compiuto delle vere rivoluzioni nell’evoluzione tecnologica e delle competenze, che hanno permesso di aumentare le possibilità di sopravvivenza. Nel caso del tumore al seno, l’accertamento precoce si ottiene attraverso
  • mammografia, ovvero una radiografia della mammella, il metodo più affidabile nel tracciare un tumore agli stadi iniziali. È indicato sottoporsi a una mammografia come metodo di screening ogni 12-18 mesi per tutti i soggetti di sesso femminile dai 40 ai 49 anni, ogni 2 anni per le donne con più di 50 anni d’età. L’innovazione tecnologica ha reso disponibile anche la possibilità di eseguire la mammografia in tomosintesi: questa tecnica permette la produzione di immagini stratificate del seno, che viene virtualmente “scomposto”. La presenza di eventuali masse tumorali è quindi ancora più facilmente identificabile
  • ecografica della mammella, il metodo diagnostico preferibile nel caso siano stati rilevati noduli in un seno giovane, caratterizzato da una densità ghiandolare che non faciliterebbe la visualizzazione durante una mammografia
Nel caso la mammella sia particolarmente densa, è possibile ricorrere anche a risonanza magnetica o a mammografia con mezzo di contrasto. Una volta identificata la presenza di masse tumorali, la biopsia con prelievo di tessuto dal nodulo consentirà di comprenderne esattamente la natura.
 

Il ruolo essenziale della prevenzione è perfettamente illustrato dalle percentuali di sopravvivenza. Se la terapia ha agito su un tumore al seno allo stadio 0, la percentuale delle pazienti sopravvissute a cinque anni è del 98%. La percentuale di sopravvivenza si riduce per gli stadi più avanzati. Ecco perché è fondamentale prendersi cura di sé e sottoporsi a regolari visite specialistiche ed esami di controllo. Inoltre, ci sono anche altre azioni di prevenzione che è possibile mettere in campo:
  • autopalpazione, che si può praticare in autonomia e consente di individuare tempestivamente eventuali modifiche del proprio seno. Se la paziente percepisce la presenza di un nodulo con l’autopalpazione del seno, deve in seguito sottoporsi a una visita specialistica e ad esami diagnostici, che non possono in ogni caso essere sostituiti dalla palpazione stessa

  • test genetici predittivi, in quanto si stima che circa il 7% dei tumori al seno abbia un’origine familiare. Il test, basato sulla ricerca dei geni BRCA1 e BRCA2, è indicato nel caso in famiglia si sia già presentata la patologia, soprattutto in modo ricorrente. In caso di esito positivo, sarà necessario stabilire con il genetista un piano per ridurre gli altri eventuali fattori di rischio  
A questo proposito, nella prevenzione del tumore al seno restano validissime le buone abitudini alla base di un sano stile di vita:
  • praticare una costante attività fisica: basta una passeggiata di circa 30 minuti al giorno
  • mantenere stabile il peso corporeo.
  • non trascurare l’alimentazione e preferire il consumo di verdura (in particolare cipolle, broccoli, cavoli e pomodori), carni bianche e pesce, frutta, legumi, cereali integrali e tè verde. Sono invece da evitare il più possibile carni rosse lavorate, salumi, cibi “spazzatura”, alcol e bevande zuccherate
È infatti di recente pubblicazione sulla rivista Nutrients una ricerca italo-svizzera, che ha stabilito un assioma di estrema importanza: seguire le raccomandazioni indicate dal Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro (World Cancer Research Fund - WCRF) in merito ad alimentazione, attività fisica e peso corporeo significa diminuire il rischio di sviluppo del carcinoma mammario del 40%. Inoltre, in caso di gravidanza e in assenza di controindicazioni particolari, si consiglia di allattare al seno: le cellule della mammella hanno così la possibilità di raggiungere la propria maturità e di contrastare con maggiore forza le possibili trasformazioni.
 

Questa è la domanda che si pone qualunque paziente: di tumore al seno maligno si muore? La risposta non è univoca e dipende sempre dalla situazione di partenza. Più il tumore al seno viene rilevato in uno stadio precoce ed è quindi di piccole dimensioni, più è facile affrontarlo senza intaccare i tessuti circostanti. Sconfiggere il triplo negativo è più complicato, in quanto non sono presenti i recettori in genere utilizzati come bersaglio per la terapia. Se poi la paziente è molto giovane, spesso è presente la mutazione dei geni BRCA, fattore che concorre a rendere il tumore più aggressivo. A oggi, nuovi studi si stanno focalizzando sugli effetti positivi dell’immunoterapia su questa forma particolarmente maligna di tumore.

In genere, quando si tratta di carcinoma mammario metastatico, dopo la chemio-ormonoterapia la sopravvivenza media a 5 anni è intorno al 22% : una cifra in crescita, grazie anche alla sempre maggiore diagnosi precoce. A circa il 70% delle donne con tumore al seno viene somministrata una terapia ormonale: molti di questi tumori hanno sulla superficie cellulare recettori per estrogeni e/o progesterone, che possono fungere da bersaglio durante la terapia. La sua influenza sul tasso di sopravvivenza e sul rischio di ricaduta è positiva, ma la terapia ormonale per tumore al seno dà effetti collaterali? In alcuni casi possono verificarsi ispessimento dell’endometrio, maggiore rischio di trombosi, aumento dei trigliceridi, dolori osteoarticolari, aumento di peso, vampate di calore, insonnia, sbalzi d’umore. Ecco perché è importante monitorare costantemente la qualità di vita delle pazienti.

La quasi totalità delle donne con cancro al seno deve sottoporsi a un’operazione chirurgica. Sulla base della situazione, il chirurgo ha a disposizione diverse modalità d’intervento:
  • quadrantectomia della mammella, una tecnica conservativa che prevede la sola asportazione del tessuto interessato dalla neoplasia, salvando così la mammella. In seguito, la paziente deve seguire un ciclo di radioterapia per scongiurare la comparsa di recidiva o di una nuova massa tumorale. Questo tipo di procedura ha la medesima efficacia dell’asportazione radicale, se il tumore si trova in uno stadio iniziale
  • mastectomia parziale o segmentale, durante la quale si rimuove più di un quadrante della mammella
  • mastectomia radicale modificata, in cui si asporta l’intera mammella, il linfonodo sentinella (quello da cui è più probabile che il tumore si espanda altrove) e i linfonodi dell’ascella
  • mastectomia con conservazione dell’areola e del capezzolo (nipple sparing): si asporta la mammella e si conservano la pelle e il complesso areola-capezzolo
In seguito all’operazione, conservativa o meno, si ricostruisce il seno e si procede a un’analisi istologica e biologica, con l’obiettivo di definire la giusta terapia. Non sempre ad esempio chemioterapia e radioterapia sono necessarie. La chemioterapia può rivelarsi utile anche prima dell’intervento chirurgico, poiché contribuisce a rendere il tumore più piccolo e meno aggressivo. Vi è poi un caso particolare di intervento chirurgico:
  • mastectomia bilaterale, detta anche doppia mastectomia, in cui la paziente è una donna sana che però si trova ad alto rischio di sviluppare un tumore al seno, come nel caso di mutazioni patogenetiche dei geni BRCA. Una forma di prevenzione radicale che però non elimina del tutto le possibilità della formazione di una neoplasia

Lo si identifica come patologia esclusivamente femminile, ma, sebbene in percentuale decisamente minima (1 caso su 100) esiste il tumore al seno nell’uomo. Del resto, anche negli uomini è presente una parte seppur minima di tessuto mammario: lo sviluppo di una neoplasia è quindi una concreta possibilità. Il tumore al seno nell’uomo non dà sintomi inizialmente evidenti, ma è possibile percepire al tatto la presenza di noduli. Un nodulo dolente al seno maschile non è in genere legato alla presenza di un cancro, mentre deve insospettire un nodulo vicino al capezzolo dell’uomo: è proprio in questa zona, dove si concentra la maggior parte del tessuto mammario maschile, che può svilupparsi il tumore. Sempre analogamente al tumore al seno nelle donne, i mutamenti visibili della pelle nell’area interessata, compresi quelli del capezzolo, sono segnali a cui prestare estrema attenzione. Proprio perché tipicamente associato solo alle donne, il tumore al seno maschile viene spesso sottovalutato e diagnosticato tardivamente: ma è essenziale superare l’eventuale imbarazzo e rivolgersi a specialisti qualificati. La diagnosi si rivela anche più semplice, proprio a causa della minore quantità di tessuto adiposo e lobulare.
 
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